Madrid, 8 marzo 2017. Plaza de Cibeles.

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Mi sono rimessa la gonna a fiori. Una gonna lunga, una maxigonna. Non ho trovato gli zoccoli, i Clogs rossi del Dott. Scholl. Li ho portati per anni con le gonnellone a fiori. Oggi, dopo la manifestazione, li avrei potuti lasciare alla Puerta del Sol, insieme a tutte le scarpe rosse che hanno fatto da trucida anticamera alle donne accampate in piazza per protesta per 27 giorni. Ognuna di noi fa la lotta come può contro la violenza machista, loro hanno fatto la più dura, quella della fame.

Il corteo parte da Plaza de Cibeles per arrivare a Plaza de España. Sono circa 1800 metri a piedi. Una marea di donne allaga le strade, non ci si aspettava tanta gente, mi sento sballottata da tanta energia, mi sembra di essere in una barca senza timone. Per fortuna  mia figlia mi prende per mano e, fra gli slogan, mi concentro sui piccoli fiori della mia gonna vintage…

Cagliari, 8 marzo 1977.

È la mia prima manifestazione coi collettivi femministi. Saltello con energia adolescenziale  e urlo come una forsennata in testa al corteo. Batto gli zoccoli per terra e mi sento onnipotente tenuta per mano a Carola, la mia amica del cuore. Con tutta questa energia possiamo arrivare a tutto. Non penso certo che quegli zoccoli, a distanza di 40 anni, diventeranno scarpette rosse, simbolo di donne calpestate e assassinate.

Canto “oilì – oilì – oilà e la lega crescerà”. Oddio ma quale lega? Quella delle donne, non confondiamo per favore, era il 1977.

Tengo alto uno striscione “la donna per una maternità libera e consapevole”. Guardo mia figlia, forse in questo sono riuscita… quizas quizas quizas.

Il corteo arriva a Callao. Io cammino per inerzia, è l’energia delle altre donne che mi spinge, a me fanno già male i piedi. Chiaro! Non ho gli zoccoli che avevo 40 anni fa. È mia figlia che mi nuota in mezzo alla marea. Guardo i fiorellini…

Cagliari, 8 marzo 1997.

Non ricordo quella manifestazione, forse non c’è mai stata, forse si pensava che molti obiettivi fossero stati raggiunti e che si poteva abbassare la guardia. Mi indispettivo, però, per le mimose strappate, per i cioccolatini, per i baci e per gli abbracci, per i locali pieni di donne solo e soltanto in quell’unica serata. La retorica commerciale di una festa come quella del papà e della mamma. Della mamma, sì. Guardavo la mia pancia crescere, mia figlia scalpitava nel mio utero con i suoi zoccoletti. Beata ed incosciente pensavo che per lei sarebbe stato tutto più facile, come se fosse possibile vivere di rendita con le conquiste fatte e che queste non sarebbero mai state poste in discussione. Lei non sarebbe stata santa o zoccola con gli zoccoli, non si sarebbe dibattuta in un ginepraio di contraddizioni. Lei no, eravamo già fuori dagli ipocriti schemi della morale degli anni ’50? O No?

Guardo i fiorellini della gonna, ultimo terzo del percorso.

Madrid, 8 marzo del 2017. Plaza de España.

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Vent’anni opachi, come non esserci state. Cosa è successo? Ancora non lo so.

Sparite. Dissolte. Ma forse non è vero, altrimenti non potrei risorgere qui con mia figlia a distanza di quarant’anni… una resurrezione così internazionale.

La marea arriva a destinazione, mia figlia mi lascia la mano, vuole ballare il merengue femminista da sola. Io invece vorrei stare al sicuro, accanto al suo corpo fermo e sodo, ma non posso, non avrò urlato inutilmente per anni che il corpo è suo?

L’abbraccio, pronta a tornarmene a casa e, senza che se ne accorga, le infilo un profilattico in tasca… non si sa mai.

Scritto da Lisa Elisa