Le tragiche notizie del suicidio di Tiziana Cantone, la recente propaganda fascista e sessista  del Fertility Day, le lotte delle nostre compagne polacche per non andare a finire in prigione in caso di aborto,  la proliferazione di quei gruppi su facebook mirati alla umiliazione e allo stupro virtuale delle donne, i commenti maschilisti di donne contro donne a Sanremo, le statistiche aggiornate del femminicidio. Infine, il fatto che siamo nel 2017 e che abbiamo dovuto scioperare per i nostri diritti.

Nella mia mente frullano tanti e troppi pensieri. Di recente ho preso in mano un libro della scrittrice Mary Wollstonecraft, “I diritti delle donne”. Un libro scritto alla fine del ‘700 i cui pensieri però sono tremendamente attuali. E su questo ci tornerò in seguito.

Su Amazon ho anche comprato due manoscritti di femminismo contemporaneo di Laura Bates e Caitlin Moran, in inglese perché si sa che in Italia di certe cose non si parla proprio.

Concetti come il catcalling (quando gli uomini ti fischiano o ti urlano “complimenti”), il mansplaining (un po’ come Trump che interrompe sempre la Clinton) e il body shaming (quando le donne vengono criticate per non essere belle o per esserlo troppo), non sono neanche traducibili. Eppure queste sono esperienze di sessismo quotidiano che viviamo ogni giorno e che interiorizziamo fino al punto di ritenerle normali.

Ora voi vi chiederete io qua che ci faccio. In realtà non ne sono sicura. Sarà che ho accumulato tanta rabbia e tanta frustrazione. Sarà che ho raccolto così tante storie che forse neanche un blog riuscirà a coprirle tutte.

È da giorni che sono qui davanti ad una pagina bianca e che mi sforzo di scrivere qualcosa. C’è che mi dice di curare lo stile, la forma, di menzionare fatti e statistiche. Ma oggi invece ho deciso di seguire il cuore. Perché si mi basta partire dalle mie esperienze personali per poter buttare giù qualche riga.

Sono sicura che quando ne parlerò mi diranno che sono emotiva, che me la prendo troppo o che devo ringraziare che non tutti gli uomini sono così.

Ma a me questo non basta. Non mi basta arrabbiarmi. Non mi basta neanche sfogarmi con la mia migliore amica. Non voglio neanche più sentirmi in colpa per non aver reagito. Non voglio più sentirmi imbarazzata per quello che ho subito.

Perché questo blog

Ho bisogno di uno spazio per condividere. Ma non solo. Ho bisogno di uno spazio, una piattaforma che permetta a tutte le altre donne di condividere le proprie storie, le proprie paure e anche i propri dubbi.

Uno spazio per esplorare insieme il significato di femminismo. Il femminismo perfetto non esiste e lungi da me predicarne uno corretto.

Ognuno ha i suoi modi di esprimerlo quindi, piuttosto che interrogarci su cosa ci renda femministe o meno, io vorrei solo che iniziassimo a prendere coscienza di ciò che vogliamo essere veramente.

La nostra giornata ruota attorno a ciò che la gente si aspetta che facciamo in quanto donne o ciò che veramente vogliamo fare?

Mi hanno detto di depilarmi perché se no sta male, o di essere gentile perché agli uomini non piacciono le donne aggressive, e di accettare i “complimenti” degli estranei.

Ecco io vorrei parlare di questo e tanto altro.

Perché la verità è che, non troppo tempo fa, io ero una di quelle che si lamentava se nessun uomo mi guardava per strada, e che considerava maleducati coloro che non mi pagavano la cena.

Del resto anche io sono stata cresciuta ed educata in un paese in cui alla TV ci propinano programmi con veline che fanno da abbellimento a presentatori uomini di aspetto “normale”, e in famiglie in cui la nonna ti dice di imparare a cucinare e cucire per trovare marito.

La malafemmina

Senza saperlo però, da piccola io ero già una piccola malafemmina. Perchè dentro di me sapevo che c’era qualcosa di sbagliato.

Lo sapevo quel giorno quando mi ribellai contro quel prete della parrocchia che mi disse di coprirmi le braccia perché tentavo il diavolo. A 13 anni.

Lo sapevo quando mi ribellai nel momento in cui vietarono alla mia cuginetta di 4 anni di entrare in un campetto di calcio per giocare con altri bambini. Perché il calcio è solo per gli uomini.

Mi ribellai quando mia zia mi disse che non ero abbastanza femminile. Perché non indossavo gonne.

Mi ribellai quando il mio capo mi disse che il mio aspetto avrebbe aiutato l’azienda. Perché al pubblico piace.

Mi ribellai quando il mio collega mi diede una pacca sul sedere. Perché era solo un gesto di amicizia.

Nel napoletano, la malafemmina era la Marisa che nel film di Totò, Peppino e la Malafemmina, mostrava le gambe al pubblico, pagava la cena per il compagno e si fumava anche la sua bella sigaretta. In altre parole, colei che assumeva comportamenti contrari a ciò che la società del tempo dettava.

Nella vita reale, la malafemmina per Totò era sua moglie, a cui dedicò l’omonima canzone perché lei aveva “osato” lasciarlo, a seguito dei suoi tradimenti.

E dopo 50 anni da quel film, ancora oggi la società ci dice cosa fare, per essere delle vere donne e per sfuggire ad appellativi “offensivi” come quella facile o quella frigida.

Siamo tutte malafemmine

Che siamo casalinghe con figli, donne in carriera, o che siamo ragazze madri, o ragazze lesbiche, per la società saremo sempre e comunque delle malafemmine.

Il numero dei partner con i quali vai a letto diventa l’unità di misura della tua individualità.

La taglia di seno che porti definisce la soglia della tua “facilità”

Il modo in cui ti vesti diventa il parametro della tua dignità.

Come decidi di vivere la tua vita, da madre, o da donna in carriera, diventa il canone del tuo essere una vera donna.

Qualsiasi sia la nostra decisione su come vivere la nostra vita, su cosa indossare o dire, le donne sono sempre etichettate e stigmatizzate con stereotipi sessisti e dispregiativi.

Perché abbiamo scelto questo nome allora?

Benvenuti nell’Italia degli anni ‘50.

Se la malafemmina nasce come termine per definire (e disprezzare) donne indipendenti che decidono liberamente di vivere la propria vita, a prescindere da ciò che la società detta loro, e allora per me diventa un complimento.

Diventa un nome. Un modo d’essere. Un progetto.

Una piattaforma che vuole dare una svolta all’Italia sessista e portarla al passo con i tempi attraverso l’urlo delle donne.

E io spero, che tra tutte quelle che stanno leggendo tra voi, ci sarà almeno una di voi che si sentirà ispirata da questa pagina scritta disordinatamente e irrazionalmente e che mi seguirà per saperne di più e che magari vorrà anche scrivere la sua di storia.

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