La minigonna è l’indumento rivoluzionario per antonomasia perché è stato il primo a rompere la tradizione dell’abbigliamento femminile. Il corpo non si nascondeva più ma si scopriva. 

La sua invenzione è attribuita a Mary Quant in data 1965, tuttavia André Courrèges ne ha rivendicato la paternità già nel 1964. Perché il primo è più famoso del secondo? Mary Quant faceva minigonne per il “popolo” mentre Courrèges confezionava alta moda futuristica per un’élite. Vinse la moda londinese su quella parigina per “l’intensità della cultura pop” della città inglese, secondo Colin McDowell, critico di moda e giornalista, nel suo monumentale lavoro in quattro volumi Fashion.

Di fatto, agli inizi del ventesimo secolo, la prima ad accorciare le gonne fino al ginocchio e a dare il via ad una rivoluzione in termini di vestiario è stata Coco Chanel, che ha gettato via secoli di costrizione e zero comodità.

PIU’ COMODA DI UN JEANS

“Mi ha dato una sensazione di piacere e libertà appena indossata.”, ricorda mia madre che ha vissuto quegli anni. In Italia però le minigonne si diffusero a macchia d’olio dopo il 1968, in un periodo di pieno cambiamento sociale e sessuale.

Le donne incominciarono a farsi strada in settori nettamente diversi da quello domestico ed industriale, urlavano a gran voce i propri diritti al divorzio e all’aborto e avevano bisogno di un simbolo che rappresentasse la propria lotta: la minigonna.

Mary Quant la battezzò così nel suo negozio in King’s Road “Bazaar” in onore della sua auto preferita, la Mini Cooper. Comoda, pratica, economica, si adattava ad ogni stagione. L’orlo si alzò fino a diventare una micro-mini. Alcuni stati europei la misero al bando perché ritenuta un invito allo stupro.

La sua popolarità subì una battuta d’arresto ad inizio dei Settanta con il movimento femminista radicale e la moda mainstream che la ridimensionò nella maxi minigonna.

PUNK, AMAZING 80s E TELEFILM

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La cantante punk Blondie (Deborah Harry) la riportò in auge di jeans e sfilacciata assieme a quelle in lucido PVC e pelle nera del negozio SEX della designer Vivienne Westwood e di Malcom McLaren. Negli anni Ottanta fu incorporata al power dress, un tailleur con spalle imbottite e gonna a tubo corta. Nel 1985 fu arricchita da una crinolina incorporata dalla Westwood, che la chiamò “mini-crini”. Altri tipi in circolazione erano la mini-tutu, lanciata da Madonna agli Mtv Music Awards nella sua versione lunga, più trasgressiva e le gonne “rah rah” che si ispiravano a quelle delle cheerleader.

Nei Novanta torna la micro-mini grazie a telefilm ultrapopolari come Ally McBeal, Buffy – The Vampire Slayer e Sex & The City. Il grunge diffuse la gonna a pieghe floscia, senza sostegni, nella versione scozzese o a fiori e la mini di velluto.

OGGI

Negli ultimi anni la minigonna è stata di moda nella versione “pelmet” che in inglese significa “mantovana”, la striscia di stoffa orizzontale che copre la parte superiore della tenda ed è appunto molto corta. L’ultimo “parto” è la mini “bondage” presa dal mondo BDSM che fascia strettissima le gambe e ne limita i movimenti. È tornata pure la gonna grunge.

È ormai diventato un capo d’abbigliamento usuale nel guardaroba delle donne occidentali e si è tentato di introdurle anche per gli uomini, come ha fatto JW Anderson nel 2013, ma purtroppo ha trovato riscontro solo nel cross-dressing e nelle subculture di Tokyo.

La minigonna rimane in diverse parti del mondo un indumento sovversivo che non è accettato per questioni culturali, religiose e sociali. Anche in Occidente i movimenti conservatori ed estremisti sono sempre in agguato per gridare allo scandalo e in Italia un abbigliamento disinvolto è stato sempre dibattuto nei casi di violenza sessuale.

Se siete delle “restie” della minigonna, questo video vi mostra come indossarla.

Per il resto, indossate tutto ciò che rappresenta per voi libertà, che non deve essere per forza una minigonna, ma dei pantaloni harem hippie o degli hot pants!

Insomma, siate semplicemente voi stesse.

Donatella

Donatella Rosetti – Blogger