Conosco Era nel 2000 a casa di amici, è da poco arrivata con la sua famiglia a Torino: è una bimba di 7 anni dolcissima e silenziosa e dai suoi occhioni chiari traspare già il piglio curioso che ha ancora adesso.

Ma l’occasione di affezionarmi a lei in modo speciale avviene quando i suoi genitori, bloccati in Albania, me l’affidano per qualche tempo. Da quel momento si concretizza l’amicizia e l’affetto che ancora adesso non hanno smesso di darci dei bei momenti insieme.

 

La cosa più terribile fu sopportare un insegnante in particolare, alle superiori: sembrava ignorare questo mio problema e ha passato tutti i cinque anni di scuola a minacciarmi di rispedirmi  con il gommone in Albania se non avessi studiato la sua materia. Nessuno mi difese e io non ebbi mai il coraggio di raccontare ai miei genitori questo episodio.

Di quella bambina oggi è rimasta soprattutto la risata, ma anche il coraggio di una donna che deve conquistare il suo posto nel mondo e la sua libertà.

E questo lo fa da quando i suoi genitori decidono che l’Albania degli ultimi anni novanta non è il posto giusto per crescere una bambina. E lo fa a scuola, quando incontra la consapevolezza dei suoi limiti in un rigido sistema di istruzione che per lei, dislessica, non prevedeva supporto e comprensione. E lo fa quando con determinazione insegue il suo sogno di diventare una fotografa per raccontare in ogni scatto il suo passato, il suo presente e il suo futuro.

Oggi ho l’occasione di coccolarmela un po’ perché, dopo anni, la rivedo nella mia nuova città, Berlino. Mentre mi racconta il suo percorso rivivo le istantanee del mio passato con lei e ho la sensazione che veramente nessun luogo sia abbastanza lontano quando ami una persona.

Era, tutto ha inizio con un viaggio, cosa ricordi di quegli anni e di quel giorno?

Molto poco di quegli anni: il fermento in famiglia per via della caduta del regime e l’agitazione nelle strade da parte della popolazione stanca di una situazione di restrizione che aveva bloccato l’Albania al dopoguerra. E ricordo i racconti di persone della mia famiglia che vivevano in zone presidiate da cecchini che sparavano nelle case e per le strade.

Del giorno della partenza da Tirana ad Agosto del 2000, ricordo che mi avevano vestito da bambino e dovevo far finta di essere il figlio di mia zia, mi dissero di far finta di dormire sempre. Mia mamma era partita per l’Italia già molti mesi prima alla ricerca di un lavoro.

Il ricordo più intenso di quei giorni?

Il mio arrivo in Italia e l’incontro con mia madre: era bellissima… si… ricordo di non averla mai vista così bella.

Conoscevi già qualche parola in italiano?

No e mi sembrava tutto ovattato intorno, come se fossi sorda.

 

Com’erano i tuoi compagni di scuola?

Simpatici e curiosi. Non ho mai avuto tanti problemi con loro, vivevo in un mondo fantastico tutto mio, e forse questo è stato una salvezza.

Chi e cosa mancava a Era bambina?

I nonni, i tanti cugini…

E oggi cosa ti manca?

Sempre loro, ma anche la spensieratezza e il mio essere sempre tra le nuvole.

Parlami della tua adolescenza

La scuola, i contrasti con i miei insegnanti e la difficoltà ad apprendere come gli altri. Non sapevo ancora che da lì a qualche tempo avrei ricevuto una “bella mattonata” sulla testa con una diagnosi di dislessia che mi complicò non poco la vita scolastica.

La cosa più terribile fu sopportare un insegnante in particolare, alle superiori: sembrava ignorare questo mio problema e ha passato tutti i cinque anni di scuola a minacciarmi di rispedirmi  con il gommone in Albania se non avessi studiato la sua materia. Nessuno mi difese e io non ebbi mai il coraggio di raccontare ai miei genitori questo episodio.

Studiavo ma imparavo con grande difficoltà perché non c’era abbastanza informazione sulla dislessia. Ricordo che qualche compagno ebbe da ridire sul fatto che io potevo usare il vocabolario durante i compiti in classe di italiano e gli altri no, e anche il PC per prendere appunti e gli altri no.

Paradossalmente furono proprio i compagni i più grandi alleati in questa battaglia: non ebbero mai il coraggio di difendermi ufficialmente dalle battute di quel professore, ma mi sostennero molto nei momenti di sconforto.

Ma la più grande rivincita la ebbi quando discussi la tesina di fine anno.

Qual è stata la tua rivincita nella vita?

Il mio più grande amore in quegli anni era la fotografia: dall’età di 10 anni compresi che la fotografia mi affascinava moltissimo quando vidi per la prima volta un quadro di Helmut Newton appesa a casa tua. Non sapevo ancora il perché, ma lo scoprii tempo dopo prendendo per la prima volta in mano la mia compatta. Fotografare mi faceva viaggiare nel tempo: fotografavo e attraverso i miei scatti potevo dare un’interpretazione del tempo che volevo.

Divenni la fotografa ufficiale della scuola e questo mi mise in una posizione favorevole di fronte agli insegnanti. L’ultimo anno presentai la tesina per il diploma proprio su questo argomento: un grosso lavoro sulla relazione tra arte e documentazione nella fotografia. Fu un successo e lo stesso insegnante che mi aveva vessato per cinque lunghi anni venne a complimentarsi con me. Questo mi ripagò di anni di lacrime.

Quale impatto ha avuto su di te la fotografia?

La fotografia mi ha salvata in molte circostanze. Non sono mai stata capita a fondo dai miei genitori su quanto fosse importante per me, avrei voluto iscrivermi ad un scuola professionale per fotografi e i miei invece pensarono che questa passione avrebbe potuto darmi da mangiare. Di fatto passai cinque anni a studiare cose che non mi interessavano, e comunque riuscii ad usare la mia macchina fotografica anche nell’ambito scolastico continuando a coltivare la mia passione.

Il rapporto che ho con la fotografia è intenso, a volte quasi ossessivo: nella fotografia cerco quel senso di libertà che mi è sempre un po’ mancato, non a caso amo il nudo e in questo intimo rapporto con i corpi che fotografo voglio fermare per sempre l’amore, la vita, il tempo, la consapevolezza della propria esistenza. Per me fotografare un corpo nudo è come fotografare l’anima di chi lo possiede, il nudo e’ autentico, la fotografia ferma l’istante in cui l’apparenza coincide con l’intima essenza. E in quella foto ci sono io e quel corpo.

Viene voglia di farsi fotografare da te… e oggi cosa fa Era che è una donna non più adolescente?

Oggi colgo le occasioni al volo. Gli ultimi due anni li ho passati a studiare fotografia in una scuola a Milano: i miei hanno finalmente capito che valeva la pena darmi anche questa opportunità. Oggi mi considero una fotografa a tutti gli effetti anche se devo imparare ancora molto. Il mio soggetto principale e’ il nudo, una scelta particolare anche perché’ ci sono ancora molti preconcetti su questo tema.

A proposito di preconcetti: come vedi il ruolo della donna nella società attuale? Che differenza c’è secondo te tra la donna in Albania e quella qui in Italia?

Forse sono ancora molto giovane per dare una risposta completa. Posso dirti che per quanto mi riguarda noto che la donna qui, o altrove, non ha lo spazio necessario per manifestarsi che invece gli uomini hanno. In Albania le donne devono ancora adattarsi al cambiamento, al costume e alla modernità, per strada vedi gli eccessi dell’anticonformismo a volte, soprattutto nel modo di vestire. Ancora c’è molta confusione e affermazione della propria identità  che nelle donne è ancora troppo rappresentato dal modo di vestire: sono una donna, sono libera di fare ciò che voglio e quindi mi vesto in modo eccentrico per provocare, non solo perché mi piace e mi fa stare bene. Poi sono le stesse donne che corrono a casa in orario per preparare la cena altrimenti i loro uomini si arrabbiano. Capisci?

Purtroppo molte cose non sono ancora cambiate nemmeno in Italia come nel resto del mondo. Se ti dico “femminismo” cosa mi rispondi?

Femminismo è libertà, non solo della donna, ma anche dell’uomo. La libertà di alleggerire un bagaglio culturale pesantissimo nei confronti della donna.

Non ho molto di più  da dire su Era, solo che mi affascina il suo mondo speculare, un mondo guardato attraverso lo specchio di una giovane donna che ha lottato e lotta ancora per conquistare il suo posto. L’immagine che avevo di quando era bambina non è cambiata: il suo viso, le sue lentiggini, le sue bellissime orecchie a sventola… e la sua discreta verità nascosta dietro continui sorrisi e fragorose risate quando le fai notare che è bellissima.

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Il suo nome, nella sua lingua madre significa “Vento”: ed è proprio come se il suo nome avesse segnato in qualche modo la sua natura creativa, a volte impercettibile come un leggerissima brezza marina, a volte impetuosa come il vento di fine estate… scandendo così, stagione dopo stagione, vento dopo vento, il suo tempo.

 

Irma Trotta Conti