Il nome danza del ventre fa storcere il naso a diversi oggigiorno. Molti pensano non sia una danza vera e propria e che sia maschilista, progettata per ammaliare gli uomini. La disinformazione fa da padrone e sicuramente la danza dei sette veli della Salomè di Oscar Wilde ha aiutato a venderla nel mondo da un lato, e dall’altro ad etichettarla come danza di seduzione. Non è da negare sia un ballo sensuale con movimenti sinuosi ma è necessario dipanare la confusione a riguardo sfatando sette falsi miti.

La danza del ventre non è islamica. È una danza pelvica di origine primitiva originatasi nei riti di fertilità. Era effettuata in onore di una divinità femminile, la Grande Madre, che aveva creato il mondo. Spesso gli uomini erano esclusi da una parte di queste danze per non violarne i misteri. Il contenuto erotico esisteva in un secondo momento quando alla fine di tutto ci si accoppiava per sacralizzare i cicli di vita e morte. La fecondità era strettamente legata alla terra, per questo le movenze rimandavano verso il basso e si formavano cerchi sia con il corpo che con le persone. Si credeva che i bambini nascessero dalla terra, provenissero da caverne, grotte, paludi e corsi d’acqua e che quando una donna passava per questi luoghi, lo spirito di un bimbo entrasse nel suo corpo. Il concetto che i poteri creatori della donna fossero estesi alla natura e che fosse capace di far crescere i semi, diede origine al culto della Dea Madre. Il Medioriente è stato la culla di questa divinità, sono state ritrovate statuette risalenti a 70.000 anni fa. La Ka’ba, la Pietra Nera della Mecca, era il simbolo della dea del deserto, Al-Uzza, venerata dallo stesso Maometto prima di distruggere i suoi simulacri. I suoi custodi attuali recano tracce dell’antica progenitura, chiamandosi “Beni Shaybah”, “figli della Vecchia Donna”. Vecchia è un attributo che si riferisce alla luna nella triade associata alle fasi della vita di una donna.

Non è egiziana. Fu portata in Egitto dalle popolazioni nomadi delle regioni indiane del Rajasthan e del Punjab nel V secolo a.C. fuggite dalle carestie in cerca di lavoro. Per questo nei villaggi una danzatrice professionista era chiamata ghawaziya (invasore, forestiero). Nella terra del Nilo si sviluppò ai margini della società (l’Islam era già in Egitto dal VII sec.). La danza infatti non era considerata rispettabile ed era prerogativa di schiavi, poveri, uomini liberi e stranieri. Il dominio islamico condannava il ballo perché una regola base per le donne di questa religione è che non possono mostrare il loro corpo agli estranei. Le danzatrici trovarono il modo di trasgredire questa legge apparendo velate in pubblico. Lo status di queste variava a seconda dell’audience per il quale si esibivano. Il matrimonio non finiva la loro carriera e i mariti erano spesso i loro manager. Furono bandite dal Cairo nel 1834 e si rifugiarono nei villaggi. Nonostante ciò, le danzatrici erano donne indipendenti, rispettate dal mondo islamico perché contribuivano al mantenimento della famiglia. Purtroppo oggi l’inasprimento del fondamentalismo ha messo spesso a rischio questo fragile equilibrio.

danza ventre

Il suo immaginario è stato creato dagli Orientalisti e da Hollywood. Gli Orientalisti del diciannovesimo secolo (artisti e viaggiatori) fuggivano in “Oriente” per ritrovare l’autenticità e i piaceri semplici persi dai loro Paesi a causa dell’industrializzazione. Sono loro che hanno lasciato una “memoria” di questa danza poco nominata nella letteratura islamica e hanno creato il “mito” della sensualità orientale. Le donne arabe erano il soggetto preferito da questi, che però spesso le ritraevano nelle sembianze di occidentali. Gli uomini che descrivevano e disegnavano gli harem e gli hammam (bagni pubblici femminili) si basavano su racconti, dato che al sesso maschile era proibito entrare in questi luoghi. La Hollywood degli anni Venti invece ha creato il costume attuale di danza del ventre che        ha come scopo quello di mostrare il corpo: reggiseno, gonna a vita bassa e cintola nuda con spacchi. Fu adottato poi dalle danzatrici arabe per il cabaret. Prima queste non potevano mostrare l’ombelico, per questo portavano un gioiello al suo interno e una sottile striscia di stoffa nude che partiva da sotto il reggiseno fino alla cinta.

Non è maschilista. Oltre ad essere nata come danza della madre terra, è bene sottolineare che l’uomo arabo non assisteva passivo come un voyeur occidentale a questo tipo di ballo. Partecipava con strumenti, battito di mani e movimenti quando concesso. Una curiosità poco raccontata è che quando ghawazee e danzatrici professioniste furono cacciate dal Cairo, si creò un vuoto che fu riempito da performer maschi provenienti da Istanbul. Erano vestiti da donna e scimmiottavano la loro danza. Nel nostro millennio, grazie ad una maggiore apertura mentale dovuta alla lotta per i propri diritti della comunità LGBTQI, tutti e tre i generi possono ballare ritmando i fianchi. Zaza Hassan, Tito Seif e molti altri sono maestri internazionalmente riconosciuti di danza del ventre che la esprimono in modo divino. Tutti possono praticarla. Basta sbloccare il bacino.

Il velo è un accessorio moderno. Il velo come accessorio di danza è stato introdotto per la prima volta da Oscar Wilde nella sua opera teatrale Salomè della fine del XIX sec, ripresa poi da Richard Strauss nel 1905. I veli sono sette perché legati al mito di Ishtar, dea assiro-babilonese, che discende nell’Oltretomba per ampliare i suoi poteri. La divinità doveva oltrepassare sette cancelli e per ognuno lasciare un suo attributo divino sino a rimanere nuda alla fine. Samia Gamal, grande danzatrice prima del cabaret e poi cinematografica, usava il velo per migliorare il suo portamento in scena. Questo suggerimento le era stato dato da Badia Masabni, una danzatrice ed attrice siriana, che aprì il primo cabaret al Cairo nel 1926 e tra le innovazioni dei suoi spettacoli inserì l’uso dei veli.  Questo stile però ha trovato particolare fortuna negli Stati Uniti, dove si è evoluto con una tecnica ben precisa con molte figure.

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Girl Power. Negli anni Settanta a San Francisco in California Jamila Salimpour creò una compagnia che riuniva gli stili di varie danze del Medioriente e dell’Asia Minore, più tardi ciò avrebbe scatenato la nascita negli anni Ottanta di uno stile a parte, la Fusion Belly Dance. Celebra il singolo e il gruppo in diversi linguaggi di danza ed è carica di ornamenti per sottolineare i movimenti isolati. È un ballo che si concentra sul potere evocativo e di scena  del ballerino che assomigliano a dei Dei. Lo stile ATS (American Tribal Belly Dance) codificato definitivamente da Carolena Nericcio-Bohlman,  è esclusivamente per donne ed è basato sull’interazione tra di loro come se ballassero all’interno di una tribù. Ciascuna componente del gruppo diventa a sua volta leader e guida le altre nella sua improvvisazione.

Accresce l’autostima. Non mortifica la donna e la persona in generale ma la agevola nella liberazione del bacino dalla sua rigidità. Attraverso la respirazione addominale, fondamentale per molti suoi movimenti, rilassa e distende. Aiuta a tenere una postura corretta, necessaria per non farsi male. Scopre i limiti e le paure esteriori ed interiori facendo acquistare una certa consapevolezza di sé e portamento nel corso della sua pratica. Se presa nel modo giusto, conferisce la sicurezza di una divinità con testa alta e spalle aperte. Ha un forte elemento terapeutico: permette di rilasciare emozioni accumulate durante la giornata e di sprigionare la propria energia latente. Il tutto secondo il proverbio arabo “per qualche persona la musica è carne, per altri è medicina”.

Donatella - Blogger

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