Fantozzi e la sua saga rientrano nel paniere degli eventi che hanno generato – e potenzialmente possono ancora generare – un clima di conflittualità isterica nella mia famiglia: mio padre ne va matto e ne ride di gusto; mia madre lo soffre e ne rifiuta categoricamente la visione. In tale guerriglia, io mi sono posizionata tra quelli che non si sono persi un episodio e che ne rivedono le repliche (come ieri sera), ma che non ne ha riso mai, anzi. A denti stretti ho sempre sognato la rivolta finale, la rivincita assoluta, non tanto dell’impiegato medio bistrattato dal potere quanto di altri due personaggi profondamente maltrattati: la moglie Pina e la Signorina Silvani. La prima vittima di una violenza casalinga psicologica quotidiana, l’altra succube di un ruolo da vamp sgraziata immotivatamente non autodeterminato.

I due stereotipi femminili atavici proposti da Villaggio fanno male e propongono riflessioni: se Fantozzi è l’italiano medio anni ‘90, allo stesso modo Pina e la Signorina Silvani rappresentano in qualche modo la condizione della donna nello stesso periodo?

La potenza del genere grottesco è l’eredità di Paolo Villaggio che dovremmo gelosamente conservare in questa importante fase in cui stiamo costruendo nuove narrazioni da un punto di vista femminista. E mentre la morte del creatore di questa opera complessa e a suo modo di conflitto ha riportato in voga i film, io ritorno a sognare, come quando ero adolescente, la rinascita di Pina dopo il divorzio e il suo viaggio alla scoperta della felicità.

Melania Mieli - Blogger

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