Quando ho incontrato Victoria, l’ho trovata che sorseggiava il suo tè verde con in mano un libro che racconta della violenza in Sud America. “Sto cercando di leggere un libro alla settimana”, mi dice. “Voglio aprire la mia mente e conoscere diverse storie da diversi angoli del mondo”, continua.

Ed  è proprio questa curiosità che ha portato Victoria a diventare la donna che è oggi.

Victoria ha 28 anni e vive a Berlino ma viene da una piccola città a sud ovest della Nigeria. Il nostro interesse per i diritti delle donne è ciò che ci accomuna e che ci ha da subito legato. Quale donna bianca europea, sono sempre stata ben consapevole della mia limitata e privilegiata visione del femminismo e per questo ho chiesto a Victoria di raccontarmi la sua storia.

Victoria mi dice che nella società nigeriana la diseguaglianza è sistemica. Le bambine vengono spesso cresciute in famiglie ad impostazione patriarcale nelle quali il ruolo delle donne  è limitato al matrimonio e alla procreazione. L’istruzione  è  qualcosa sulla quale i genitori di una bambina spesso non investirebbero, o non potrebbero investire per problemi economici. Una brava ragazza in Nigeria deve stare tranquilla. Ma Victoria ha fatto altro.

Da una parte ha fatto anche lei quello che di solito ci si aspetta da una donna del suo paese: si  è sposata a 23 anni e ha dato alla luce una bambina. Tuttavia, la sua passione per lo studio, e la sua voglia di diventare parte attiva della vita politica, nonché una donna indipendente dal marito,  è ciò che ha fatto di lei una vera e propria ribelle.

L’Università ha aperto la mente e il cuore di Victoria. Gli studi le hanno permesso di fare esperienza di un ambiente multiculturale nel quale ha avuto modo di lavorare insieme a studenti di diverse nazionalità. Dopo aver terminato i suoi studi in Nigeria, ha terminato la laurea specialistica in Sud Africa. Ora, sta facendo un dottorato in Germania.

Durante i suoi anni in Nigeria, Victoria ha lavorato come volontaria in un’organizzazione no profit, chiamata Project Alert, dove ha raccolto e documentato casi di violenza contro le donne. “Le donne nigeriane hanno paura di denunciare”, mi racconta. Quando le donne si rivolgono alla polizia per un caso di violenza domestica, di solito il caso viene rifiutato quale affare privato tra moglie e marito che questi debbano risolvere da soli. Per i casi di violenza sessuale invece, i poliziotti sono coloro che esaminano le donne e che decidono il da farsi.

Anche Victoria è stata vittima di violenza. Una volta è riuscita a sfuggire ad un tentato stupro, di cui ha preferito non parlare. Un’altra invece si è svegliata trovandosi addosso le mani di un uomo di Chiesa di cui si fidava. Quando è successo aveva 18 anni e si sentì estremamente imbarazzata. Dopo due anni, quando decise di raccontare la storia ai suoi amici, la prima cosa che le chiesero fu che cosa indossasse. Non sorprende dunque che neanche lei abbia mai denunciato il caso.

E’ proprio questo tipo di cultura che ha spinto Victoria a studiare legge ed applicare le sue conoscenze sul lavoro al fine di influenzare il sistema.

Anche se Victoria crede fermamente che i cambiamenti legislativi non possono costituire l’unica soluzione a meno che non siano accompagnati da un cambiamento del modo in cui noi donne vediamo noi stesse. Il vero cambiamento deve iniziare da noi, combattendo quei tentativi della società di dirci cosa dovremmo fare e non dovremmo fare.

In un paese nel quale la violenza è così normalizzata, persino da preti della Chiesa e dalle madri,  è davvero arduo riuscire a costruire una piena consapevolezza dei propri diritti. “In Nigeria il femminismo è anche una questione molto più complicata”, nota Victoria.

“La nostra società ci ha cresciuto da donne. Impari a camminare come una donna, a sederti come una donna, senza mai interrogarti su cosa ti sia stato insegnato”. Solo grazie  agli studi, Victoria ha iniziato a comprendere le disuguaglianze nelle quali è vissuta.

Depilazione e reggiseni, per esempio, non sono tra le priorità dell’agenda femminista nigeriana. In un paese nel quale le donne possono essere legalmente picchiate dai mariti o cacciate di casa senza alcuna compensazione, il femminismo deve necessariamente avere un altro significato.  Le donne lasciano la scuola prematuramente per potersi sposare e avere figli, ritrovandosi senza alcun mezzo economico e pertanto costrette a doversi affidare ai propri mariti.

Quale donna di colore, Victoria incontra spesso una serie di difficoltà ad inserirsi nei dibattiti femministi dei paesi occidentali. Il femminismo finisce spesso per essere un movimento di donne bianche occidentali chiuso all’ingresso delle donne di colore. Quel femminismo che si rifiuta di riconoscere il legame tra genere, etnia, e religione, diventa un femminismo non inclusivo. Difatti, la società dovrebbe impegnarsi a raccogliere e rappresentare più di una sola voce. Se pensiamo alle ultime uscite sessiste di Trump per esempio,  è difficile ignorare l’impatto e le sfide che le persone di colore o di religione musulmana devono affrontare vivendo all’interno di una società che sta legalizzando il pregiudizio.

“Non devi neanche essere una donna per essere femminista”, aggiunge subito Victoria. “Le donne non stanno rivendicando nulla di speciale. Non si tratta di spodestare nessuno”. I mass media ci vogliono far credere che le femministe siano delle pazze donne arrabbiate che bruciano reggiseni, ma come insegna Victoria, si tratta semplicemente di una lotta per l’uguaglianza che non implica alcuna dominazione.

Dopo il suo dottorato a Berlino, Vittoria sogna di tornare in Nigeria, con nuove conoscenze e competenze affinché possa dedicarsi ad incoraggiare e assistere le bambine ad andare a scuola, combattendo gli elevati tassi di abbandono degli studi.

“Io sono stata molto fortunata in quanto cresciuta in una famiglia che mi ha permesso di diventare una donna indipendente. Ma per la maggior parte delle donne che sono state cresciute tradizionalmente,  è difficile che si possa giungere ad una piena consapevolezza dei propri diritti. Per questo motivo,  è di vitale importanza che tiriamo su i nostri figli in modo tale che siano davvero uguali senza alcun tipo di favoritismo o diverso trattamento dei maschi rispetto alle femmine”. Ed  è  proprio così che Victoria sta cercando di fare con la sua bambina di 3 anni.

 

C’è molto altro che avrei voluto includere in questo breve blog. La forza, l’intelligenza e la testardaggine di questa giovanissima donna che sta dedicando il suo tempo e le sue energie al fine di fare del femminismo un movimento veramente inclusivo, dando una voce a tutte quelle donne che non l’hanno ancora trovata.

La sua tazza di tè era ormai vuota e Victoria si è congedata, lasciandomi però con un messaggio di grande ispirazione.

“Care donne, prendete in mano le redini. Non possiamo affidarci agli uomini affinché questi facciano leggi in nostro favore. Dobbiamo darci da fare per farlo da sole. I diritti delle donne non ci verranno serviti su un piatto di argento. Unitevi invece di mettervi l’una contro l’altra. Perché il cambiamento parte dalle nostre mura di casa”.